Il 20 gennaio 1903 nasce a Vigevano uno dei più grandi giornalisti e inchiestisti italiani del Novecento, Tommaso Francesco Besozzi. Laureato in Scienze matematiche all’Università di Bologna e successivamente in Lettere all’Università degli Studi di Pavia, Besozzi intraprende una carriera giornalistica che lo porterà a scrivere per alcune delle testate più importanti del panorama italiano, lasciando un’impronta indelebile nel giornalismo investigativo.
Il suo esordio avviene nel 1926 al Corriere della Sera, ma è nel 1945 che inizia a costruire la sua fama internazionale, quando entra a far parte del settimanale L’Europeo, guidato da Arrigo Benedetti. È qui che Besozzi si fa conoscere per la sua abilità nelle inchieste giornalistiche, portando alla luce fatti scottanti e trascurati.
Nel 1949, con una delle sue prime grandi inchieste, riesce a far scarcerare Gino Corni, un italiano condannato ingiustamente ai lavori forzati in Francia. Grazie a un’indagine approfondita, Besozzi smaschera la verità e si fa protagonista di un atto che restituirà giustizia a una vittima di un sistema ingiusto.
Un altro dei suoi capolavori giornalistici è l’inchiesta del 1950, intitolata “Di sicuro c’è solo che è morto”, in cui smentisce la versione ufficiale della morte del bandito Giuliano. Besozzi scopre che Giuliano non era stato ucciso dai carabinieri, ma dal suo stesso complice, Pisciotta, e attraverso la sua inchiesta rivela legami inquietanti tra la mafia, la politica e lo Stato. Questa scoperta fa di quest’inchiesta una pietra miliare nel giornalismo investigativo italiano, come sottolineato da Ferruccio De Bortoli.
Oltre alla cronaca nera, Besozzi scrive anche di sport, in particolare di ciclismo, e si cimenta in reportage su tematiche più particolari, come gli interventi sui fari in Francia o le vicende dei camionisti italiani rimasti in Etiopia. La sua passione per il giornalismo lo porta a esplorare ogni angolo della società, sempre con lo stesso spirito curioso e investigativo che lo ha reso celebre.
Tuttavia, la sua carriera non è priva di ombre. Le difficoltà professionali e le crescenti crisi personali lo portano a un progressivo distacco dal mestiere. Le sue inchieste, una volta incisive, iniziano a diventare più faticose e il suo rapporto con la scrittura si deteriora.
Negli anni ’60, Besozzi lascia L’Europeo e passa a scrivere per Il Giorno, ma le difficoltà emotive e psicologiche diventano insormontabili. La sua mente, un tempo lucida e acuta, sembra ormai incapace di “adeguare le parole ai fatti”, e la sua produzione giornalistica diventa sempre più sporadica.
Il suo tragico destino si compie il 18 novembre 1964, quando, a causa di una grave crisi psicologica, Besozzi si toglie la vita a Roma. Con la sua passione per gli esperimenti elettrici e chimici, costruisce una bomba a mano e la fa esplodere sul proprio petto.
Tommaso Francesco Besozzi rimane una figura fondamentale nella storia del giornalismo italiano. Le sue inchieste, la sua passione per la verità e il suo coraggio nel raccontare fatti scomodi continuano a rappresentare un esempio di integrità professionale, anche se la sua vita è stata segnata da un doloroso declino. La sua eredità rimane viva attraverso il suo lavoro, che ha contribuito a fare luce su ingiustizie e verità scomode.